AMMAZZATELI TUTTI! STORIE DI BRIGANTI E BANDITI VENETI

FUCILAZIONE dei briganti veneti
E’ stato presentato giovedi 26 maggio 2016 al boschetto dei frati il nuovo libro di Francesco Selmin intitolato Ammazzateli tutti! Storie di banditi del veneto, edito da pochi giorni da Cierre edizioni. Una trentina di persone ha ascoltato – senza fiatare – il lungo e documentato discorso dello storico estense, intervallato dalla proiezione di immagini  tratte dalla sua opera. Sinteticamente Selmin ha esaminato la storia dei briganti in un arco temporale di circa un secolo e mezzo: dai primi dell’Ottocento fino all’inizio della seconda guerra mondiale per individuarne le caratteristiche, le dimensioni e soprattutto per valutare se il fenomeno ha avuto anche una valenza sociale. Dei tre capitoli che compongono il libro i primi due esaminano la storia del brigantaggio del basso Veneto che, pur presentando dimensioni più che ragguardevoli, è rimasto  quasi completamente ignorato dalla storiografia contemporanea.
conforti religiosi prima della fucilazione San Giacomo
La prima ondata di furti e rapine – precisa Selmin – ebbe luogo tra il 1808-1809 durante la quale molte città venete vennero attaccate dai briganti (Montagna, Boara – Este). La reazione del regno italico (francesi) allora al potere fu immediata e alla fine una ventina di teste rotolarono sul selciato di una piazza di Padova.
La seconda fase banditesca si svolse dopo la rivoluzione del 1849 alla quale seguirono furti e rapine in tutto il veneto. Ritornati al potere gli austriaci con il generale Radetzky iniziarono subito i processi contro i rivoltosi. Alla fine si contarono più di quattrocento condanne capitali decise da una commissione militare insediata in fretta e furia a Este per ristabilire l’ordine pubblico e riaffermare l’autorità austriaca. Finirono sul patibolo anche semplici briganti o ladri occasionali, giudicati con metodi sbrigativi in 24 ore: una vera mattanza, giustificata con il pretesto che erano dei ladri e briganti. Le esecuzioni furono immediate e si svolsero in più comuni per intimorire la gente. Anche a lungo le mura dei frati di Monselice si ebbero molte esecuzioni e furono proprio i nostri frati ad assistere spiritualmente i condannati alla fucilazione. Selmin conclude questi due capitoli con un lungo ragionamento sugli elementi di continuità tra i due episodi.
L’ultimo capitolo è dedicato al bandito Giuseppe Bedin e alla sua banda, la «famigerata banda Bedin» che nasce nel basso Veneto, come i briganti ottocenteschi, ma la sua vicenda criminale è assai diversa da quelle ricostruite nei primi due capitoli. Mentre le fiammate brigantesche del 1809 e di metà Ottocento esplodono nel momento in cui il potere costituito attraversa una crisi profonda, le clamorose gesta della banda Bedin (1936-38) si compiono in gran parte nella fase in cui il consenso verso il regime fascista tocca il punto più alto. Tra le caratteristiche nell’agire della banda spicca l’uso dell’automobile e delle armi da fuoco che resero problematico il compito delle forze dell’ordine. L’uso dell’automobile ampliò il raggio di azione del bandito monselicense alla Lombardia, al Piemonte e all’Emilia e favorì la diffusione del mito di Bedin, che nel dopoguerra la vulgata giornalistica tenderà ad assimilare a Robin Hood e perfino a Che Guevara, ma in verità si comporterà come il bandito americano Dillinger, taglia corto Selmin.
Lampioni ultimo bandito, con la moglie
Tra le molte novità della pubblicazione, che evidenziano tra l’altro l’audacia del suo agire, una lettera spedita al conte Vittorio Cini per informarlo che le sue proprietà non correvano il pericolo di essere derubate perchè lui (Bedin) ‘aveva rispetto per le persone benemerite della sua Monselice’ (p.113). Oppure a testimonianza della sua spudoratezza, Selmin segnala che il ‘nostro’ utilizzava perfino i locali del carcere comunale per incontrare segretamente la sua bella, moglie tra l’altro del suo compagno di rapine Clemente Lampioni. Una pubblicazione – in conclusione – di grande valenza storica che rileva nuovi spunti di storia monselicense che sicuramente saranno oggetto di nuove ricerche e riflessioni. (F.R)

NdR. Mi è capitato di leggere un saggio che si occupava di "Venetismo"  che lo spirito di ribellismo che mosse questi briganti, si trovò nell'animo dei patrioti Serenissimi che occuparono i campanile. Anche essi per la gran parte, provenivano da quelle zone. Questo non sminuisce certo il valore simbolico del gesto verso uno stato che la più parte dei veneti considera ormai ingiusto ed illeggittimo.

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