Post in evidenza

ACCOGLIERE E AIUTARE TUTTI? VENEZIA RISPOSE "NO"

ospizio di San Lazzaro dei mendicanti, Venezia CARITA' SECONDO GIUSTIZIA E MERITO L'immigrazione di massa aveva portato intor...

venerdì 23 giugno 2017

ACCOGLIERE E AIUTARE TUTTI? VENEZIA RISPOSE "NO"

ospizio di San Lazzaro dei mendicanti, Venezia
CARITA' SECONDO GIUSTIZIA E MERITO
L'immigrazione di massa aveva portato intorno agli anni 1527-1529 anche la diffusione di malattie epidemiche, quali la sifilide, la peste, il tifo. Se fino al Medio Evo, il povero, l'ammalato, era visto sempre come l'immagine del Cristo sofferente, da accogliere e sfamare secondo la volontà divina, ora i nuovi flussi, dovuti a carestie endemiche, rischiavano di mettere in pericolo l'esistenza stessa di una società ordinata-.

Il mendicante chiede la carità, ma varcando le frontiere e vivendo senza dimora, rischia di seminare la morte e l'insicurezza, di perturbare l'ordine. Alla carità come pratica indiscriminata di cristianesimo, si va sostituendo un concetto nuovo, quello della carità secondo giustizia e merito. I nuovi elementi di giudizio inducono a distinguere tra poveri meritevoli di assistenza ed occupazione, e poveri oggetto di repressione. (G. Scarabello)
mendicante dimesso dall'ospedale con un abito nuovo e un po' di cibo
Nel Cinquecento si pongono le basi di una carità articolata secondo cui prevale l'appartenenza al territorio come discriminante prima, infatti il povero conosciuto e residente fa parte della comunità che deve farsene carico, come in una famiglia, e in cambio, assicura la perpetuazione degli equilibri sociali.

Le nuove leggi della Repubblica, nel 1528-29 prevedono una nuova etica della carità: agli "impotenti", cioè a quanti erano incapaci di mantenersi, si reputa di dover provvedere con priorità assoluta. (B. Pullan) I "poveri vergognosi", lavoratori o artigiani caduti nella miseria, viene concesso anche di potersi coprire con un saio e una maschera, per poter fare la questua in modo da celare la loro identità.
l'interno della chiesa di San Lazzaro, costruita anch'essa con donazioni private
I poveri provenienti da altre località dovevano invece essere frustati e rimandati ai luoghi di origine che dovevano provvedere ad assisterli mentre gli abili, sani e sfaccendati autoctoni dovevano essere avviati forzatamente ad attività che li inserissero nel mondo del lavoro.

Perciò i giovani robusti venivano imbarcati come mozzi nelle navi dove erano affidati ai capitani, gli altri, alla fine del Cinquecento furono collocati nell'Ospedale dei mendicanti.

Sunto da " VENEZIA LA SALUTE E LA FEDE" di Elena Vanzan - Marchini.

IL PRETE CHE STRAPPAVA GLI OCCHI AI CONTADINI MARCHESCHI

La giustizia veneta, per chi conosce la storia, e non si perde dietro le baggianate di Alberto Angela sui Piombi, è nota agli studiosi per la sua imparzialità, mitigata, quando era il caso e si poteva, dalla carità cristiana; "non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te", ammoniva una scritta nei tribunali, a memoria dei giudici.
Succedeva però che, specie in epoche antiche, in cui vigevano la pena di morte e i supplizi, il tribunale comminasse la pena più severa, tra il tripudio del popolo. E' quanto accadde per la condanna alla pena di morte tramite "mazzuolamento" (ilcondannato metteva la testa tra due ceppi, e veniva finito colpi di mazza) di un prete friulano, il quale durante la guerra di Cambrai, aveva parteggiato per gli imperiali invasori, impegnandosi come capo guerrigliero contro l'esercito di San Marco.
Anche allora, come poi succederà con l'invasione francese nel 1797, i migliori alleati del governo centrale furono i popolani, che si rivoltarono contro gli imperiali e formarono bande armate, poi ordinate dal grande Doge Gritti, nelle truppe ausiliarie dette Cerne o Cernide. 

Accadde così che il prete, che militava come alleato degli imperiali, facesse cavare gli occhi a questi poveri contadini catturati dalla sua banda per terrorizzare il popolo friulano.
" I Veneziani però, mentre andava all'assedio di Portogruaro, riuscirono a catturarlo. Tassini ricorda che mentre lo portavano a Palazzo Ducale, la gente voleva linciarlo. Le comunità di tutto il Veneto continuarono a battersi con eroismo anche quando il nostro territorio fu occupato dalle truppe imperiali, né c'era verso di farli desistere. Come constatò Macchiavelli, testimone oculare.
Nel 1514 il Consejo dei X condannò il prete a morte per alto tradimento.
Si era cominciato al mattino, con un processo veloce, celebrato davanti a ben sette vescovi suoi superiori, in modo di non dar tempo alla chiesa romana di intervenire chiedendo l'avocazione. Il Vescovo di Eraclea gli chiese se gli pareva di essersi comportato bene, ma egli non rispondeva.
Allora venne condotto nella vicina chiesa del castello, per la lettura pubblica della sentenza. e il vescovo di Lepanto, fattolo inginocchiare, lo spogliò dei paramenti sacri.
Il Sanudo, storico famoso, passando davanti alla piazzetta San Marco, ebbe modo di assistere all'esecuzione. Lla gente si accalcava in gran numero sotto al palco,e dal boia partì la prima mazzata. Ne seguirono altre quattro, per esser sicuri del decesso.
Ci volle mezzora buona per rizzare il robusto prete sulla forca, a testa in giù, ma, compiuta l'operazione, ecco che il morto si risveglia. Gli astanti si misero a scagliargli pietre addosso, "per abbreviargli il tormento" spiega lo storico Tassini.
Ma l'invlemente morale dei fatti è riassunta dal Sanudo: credo sentisse una crudel morte come merita li soi mensfati.

Estratto da Giustizia veneta Edizioni Filippi Venezia prima edizione


giovedì 22 giugno 2017

LA STRANA CHIAVE DEI VENETKENS DI TRICHIANA

Uno dei rinvenimenti più significativi per il flusso di traffici che attesta è il rinvenimento della chiave del monte Nenz di Trichiana (1992-93). Su segnalazione è stata infatti rinvenuta una chiave di bronzo databile con una certa sicurezza alla seconda metà del VII sec. a.C., in un contesto che ci fa capire come la sua destinazione fosse votiva, cultuale. 
La chiave nell'antichità è infatti spesso tra i materiali legati ai santuari proprio per il suo significato simbolico e come dono e offerta votiva. 
La chiave di Trichiana è un oggetto di grande prestigio, sia per la grandezza e la quantità di metallo impiegata, sia perché non è un oggetto locale ma viene sicuramente dall'area a Nord delle Alpi, halstattiana. Questo oggetto ha almeno due significati importanti:
 
1. testimonia una provenienza sicura e quindi conferma il fatto che la valle del Piave veicola e convoglia su di sé materiali provenienti da ambiti diversi; quest'oggetto apre un capitolo nuovo sul valore cultuale di questa valle, di come cioè gli antichi tendessero a localizzare lungo questa vallata alcuni luoghi di particolare importanza dal punto di vista religioso.
2. Tra il VII e il VI sec. a.C. si assiste ad un fiorire di insediamenti e presenze e questo certamente corrisponde al fatto che centri di pianura, Este e Padova in particolare, hanno una dimensione ormai pienamente e politicamente urbana e che quindi il controllo territoriale e dei traffici commerciali diventa per loro un fattore vitale.
3. Conferma il fatto che la valle del Piave veicola e convoglia su di sé materiali provenienti da ambiti diversi; quest'oggetto apre un capitolo nuovo sul valore cultuale di questa valle, di come cioè gli antichi tendessero a localizzare lungo questa vallata alcuni luoghi di particolare importanza dal punto di vista religioso.

I VENETKENS DI MEL, TUTTI CASA E BOTTEGA

NECROPOLI DI MEL
Fino al 1995 non si sapeva nulla dell'abitato di Mel e della sua ubicazione che già di per sé costituisce un dato parlante. La struttura era in gran parte distrutta dai lavori agricoli ancora di parecchi anni fa, ma sono stati trovati, oltre a tre brevi tratti di muro, una canaletta di drenaggio che si collegava con una vaschetta in lastre di pietra, tanto che in un primo momento gli archeologi avevano pensato di trovarsi di fronte ad una tomba. Dentro la cassetta c'era un grande dolio di ceramica, un grande contenitore di derrate alimentari vuoto, ma la cassetta era comunicante con la canaletta di drenaggio e quindi questo voleva dire che c'era un impianto idrico e in associazione con questa situazione sono state trovate delle scorie metalliche. Tutto questo insieme ci fa pesare che ci troviamo di fronte ad una casa laboratorio: probabilmente in questa casetta veniva lavorato il bronzo.
Questo ritrovamento ha permesso di localizzare la posizione del villaggio rispetto alla necropoli e questo è già molto perché per altro del Bellunese noi conosciamo le necropoli e non i villaggi, un po' diversamente da quello che è il rapporto degli abitati d'altura vicentini e veronesi, prealpini occidentali, dove invece abbiamo una sessantina di villaggi conosciuti con le strutture abitative la tipologia edilizia delle case, il materiale di uso quotidiano, ma non le necropoli di cui abbiamo dati sporadici molto scarsi, cosa che ci mette in difficoltà per interpretare correttamente la complessità dei sistemi territoriali.
Un altro dato fondamentale che ha fornito il ritrovamento dell'abitazione dì Mel è quello sulla tipologia edilizia adottata in queste zone: è una tipologia di casa o di casa - laboratorio molto simile a quella degli abitati vicentini o veronesi che a loro volta usano le case utilizzate dai Reti: case seminterrate con muri a secco in pietra. Diversamente dagli abitati di pianura che usano materiale deperibile per le abitazioni, qui troviamo la pietra e questo ci porta ad avere una notevole difformità documentaria. 
Le case di città come Este, Padova, Oderzo, Vicenza, Concordia, che dalla piena età del Ferro sono dei veri e propri centri urbani dato che hanno l'ortogonalità dell'impianto urbanistico fra strade, canali di scolo e case, hanno delle case costruite con legno, argilla ecc. per cui di queste case che in alcuni casi forse potevano essere assimilate ai palazzi di cui si parla per l'Etruria, ci rimane pochissimo.
 
Dei villaggi di altura che certamente non erano città ed avevano un'estensione limitata abbiamo la pianta delle case e le superfici e in alcuni casi possiamo anche ipotizzare delle tramezzature, l'articolazione interna dello spazio, la possibile ricostruzione del tetto. Delle case di pianura ci rimangono invece solo piani pavimentali e buche di palo che ci danno gli allineamenti, ma non molto dì più. La casa di Mel assomiglia quindi alle case degli abitati veneti d'altura e quindi per mediazione alle case dei Reti.

LA PRESA DI COSTANTINOPOLI NELLE SCUOLE TURCHE

Esaltazione di stupri, anche omosessuali, violenze crocifissioni, impalamenti e schiavismo. Così si formano i giovani turchi.
Magdi Cristiano Allam
"Quando per il favore divino la fortezza fu espugnata, il nemico perdette ogni forza e fu incapace di reagire. Il popolo fedele non incontrò più ostacoli e pose mano al saccheggio in piena sicurezza. Si potrebbe dire che la vista della possibilità di poter fare bottino di ragazzi e belle donne devastasse i loro cuori e i loro animi. Trassero fuori da tutti i palazzi, che uguagliavano il palazzo di Salomone e si avvicinavano alla sfera del cielo, trassero nelle strade strappandole dai letti d’oro, dalle tende tempestate di pietre preziose, le beltà greche, franche, russe, ungheresi, cinesi, khotanesi, cioè in breve le belle dai morbidi capelli, uguali alle chiome degli idoli, appartenenti alle razze più diverse, e i giovinetti che suscitavano turbamento, incontri paradisiaci.”
Questa è la descrizione della presa di Costantinopoli da parte di Maometto II. Il brano è tratto da “Storia del signore della conquista” di Tarsun Beg Kemal, vale a dire che è il racconto ufficiale, quello su cui i bambini turchi studiano la storia. (vale a dire la storia ufficiale dello Stato ai turchi comincia con "abbiamo stuprato le donne e i ragazzini").
Sicuramente anche i Crociati hanno commesso atti del genere, però hanno dovuto farlo di nascosto: era vietato. E punito. C’era la castrazione e il taglio del naso per un crociato che si facesse pescare con le mani su una donna araba. Noi giudichiamo sempre i Crociati con standard attuali: a quei tempi la ferocia era la norma, al punto tale che la castrazione e il taglio del naso viene minacciato ai loro stessi soldati. I crociati lo hanno fatto, ma poi non lo hanno scritto e sicuramente dove è vietato viene fatto parecchio di meno.
Da "la realtà dell’orco"
La presa di Costantinopoli, invece comincia ufficialmente con: abbiamo messo le mani sulle donne e sui bambini, che avevano il merito di essere belli. Gli altri sono stati passati a filo di spada mentre i difensori agonizzavano sugli spalti su cui i crocefissi si alternavano agli impalati.

E dopo Costantinopoli il Mediterraneo diventa un mare islamico e non sono più contabili gli uomini e le donne rubati alle coste cristiane per morire come schiavi. Nell’islam è vietato che gli schiavi si riproducano, quindi di loro non resta nulla, come non resta nulla dei milioni di schiavi africani morti in Arabia e in Persia. In Arabia la parola africano è sinonimo di schiavo. Nulla resta dei nostri antenati, se non i grandi monumenti che hanno costruito.

La caduta di Costantinopoli avvenne il 29 maggio 1453 ed era martedì, e fu una tale catastrofe che fu messa quasi sullo stesso piano della crocefissione di Cristo. Di Venere e di Marte non ci si sposa e non si parte. In questa filastrocca è raggrumata la storia d’Europa. La superstizione è una specie di cabala dei poveri, un tentativo di trovare una prevedibilità in una realtà atroce. La realtà atroce è stata la vittoria dell’Islam.

Ma con il coraggio e l’onore delle armi lo abbiamo affrontato. Ora il momento è tornato di avere di nuovo quel coraggio. Quindi con la morte nel cuore, affermo che il problema è religioso. Sarebbe bellissimo se non fosse religioso, ma è religioso. Il problema non è l’Occidente, non è l’economia, non è la finanza. Il problema è religioso. Il problema schiaccerà i nostri figli, li annienterà, li ridurrà a un popolo di Dhimmi (sottomessi) e poi un popolo di morti, se nessuno si alza in piedi e dice la verità. Faccio parte del gruppo che si alza in piedi e dice la verità. Il momento del coraggio è ora.

mercoledì 21 giugno 2017

300 ANNI DI MASSONERIA, COME E' NATA E PERCHE' RIGUARDA L'ITALIA

Londra, 21 giugno 1717: in occasione della celebrazione del Solstizio d’estate, viene fondata la prima Loggia Massonica.

E’ l’inizio di una storia che compie oggi tre secoli, e che sarà ampiamente ricordata, e in modi molto diversi. Magari anche con strani silenzi, come quello della Chiesa, che pure della Massoneria è stata la prima e principale antagonista, il primo e principale obiettivo dei disegni strategici delle Logge. Basti pensare all’Italia, e al ruolo giocata dall’organizzazione segreta per tutto l’800 per realizzare la più importante aspirazione della Massoneria, l’utopia più coltivata: quella di distruggere il Cristianesimo e sostituirlo con un culto neo-gnostico, con aspetti esoterici per gli iniziati e con una dimensione essoterica, pubblica, per il popolo. Il grande scontro che ebbe luogo nell’Italia dell’800 non era solo per dar vita ad una nuova entità statale, un paese dalla media importanza strategica proteso nel Mare Mediterraneo, ma era una battaglia preparata da lungo tempo per sconfiggere la Roma cristiana, la sede del Vicario di Cristo.

La Massoneria nacque dunque ufficialmente nel 1717 a Londra, e da lì a poco tempo l’Inghilterra e la Francia si riempirono di logge – i circoli dove si riunivano i seguaci dell’organizzazione- che presto figliarono in tutta Europa. Esse agivano attraverso iniziati, secondo un progetto che prevedeva, dapprima, l’organizzazione di moti patriottico-cospirativi contro i governi chiamati “reazionari e oscurantisti”, finalizzati alla loro distruzione, per poi mettere mano alla costruzione di un edificio legislativo che – nei disegni dell’organizzazione- avrebbe dovuto garantire l’abbondanza per tutti, l’eguaglianza per tutti, la libertà per tutti, e il cui fine ultimo avrebbe dovuto essere l’erigere la Casa di tutti i popoli, il Tempio dell’umanità.

Questa l’utopia massonica, un sogno della ragione dal quale sono nati gli incubi della Rivoluzione francese, dei nazionalismi, dei socialismi realizzati, dei regimi antireligiosi dell’America Latina – primo fra tutti il Messico massacratore di cristiani – ed in ultimo del Governo Unico Mondiale, e che incontrò subito un nemico irriducibile: la Chiesa cattolica. Fin dal 1738, a soli vent’anni dalla sua costituzione, la Massoneria incorse nei fulmini di Roma.

Qui vogliamo ricordare che il merito di questa decisione va ascritto ad un pontefice, Clemente XII, e ad un sovrano scozzese in esilio, Giacomo VIII Stuart, noto come The Old Pretender, padre del protagonista dell’ultima sfortunata epopea scozzese, il Bonnie Prince Charlie. Tra i partigiani inglesi della causa degli Stuart si era infiltrata la Massoneria, e ciò a motivo dell’antichissimo lignaggio di questa nobile casata e il potere regale ad essa legato ( si riteneva che gli Stuart possedessero le prerogative degli antichi re taumaturghi, compreso il tocco di guarigione) che affascinavano gli ambienti iniziatici ed esoterici. Giacomo Stuart, uomo di profondissima fede che aveva scelto Roma come sede del proprio esilio, respinse le seducenti offerte dei circoli massonici, e compresane la pericolosità, segnalò al Papa i progetti e le trame della setta.
L’anziano pontefice, Clemente XII al secolo Lorenzo Corsini, ottuagenario e quasi cieco, ascoltò gli avvertimenti dello Stuart e il 28 aprile 1738 emanò una costituzione con la quale si scomunicavano tutti i membri della Massoneria. I vescovi furono chiamati a vigilare attentamente. Il 14 gennaio 1739 fu pubblicato un nuovo decreto che colpiva duramente la setta. Era l’inizio di un lungo scontro destinato a durare sino ad oggi. Tra i primi a subire le vendette massoniche furono gli Stuart: nessun aiuto venne loro nel tentativo di riconquista della Scozia da parte di possibili alleati, come i sovrani di Spagna o Francia, che tuttavia avrebbero, di lì a non molto, pagato a caro prezzo la connivenza con le nuove idee.

La conquista di Roma e la sconfitta della Chiesa divennero dunque l’ossessiva aspirazione della setta. Per realizzare questo obiettivo, tuttavia, era necessario che l’organizzazione prendesse saldamente piede negli Stati della penisola. Il 20 giugno 1805 venne così costituito il primo Grande Oriente d’Italia.

CHIOGGIA, UN ALTRO OROLOGIO DEI DONDI, il più antico del mondo.

L’orologio da torre più antico del mondo, tuttora funzionante dal 1389

L’antica torre di S. Andrea, edificata in epoca romanica subito dopo il Mille, ospita un orologio meccanico del 1386, proveniente dall’antico Palazzo Pretorio, andato in fiamme nel 1817.E’ ritenuto l’esemplare funzionante più antico del mondo e si reputa opera del Dondi per la presenza delle “zampe di cane” che caratterizzano le estremità inferiori dei quattro montanti metallici, tipiche modalità applicate nelle opere del Dondi.

Questa famiglia di celebri costruttori di orologi nel Trecento vissuta a Chioggia per lunghi anni, si trasferì successivamente nella città patavina venendo a contatto con i più celebri personaggi veneti e toscani del tempo.

All’esterno della torre, attualmente ridotta in altezza dopo la Guerra di Chioggia, il complesso meccanico dell’orologio offre la parte maggiormente decorativa, grazie alla presenza di una raggiera il cui cerchio è in pietra d’Istria con 24 numeri romani.

Al centro del quadrante figura un sole fiammeggiante dal cui centro si estende un raggio più lungo degli altri che funge da indicatore dell’ora.